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Napoli, povero amore mio.


La prima cosa che vidi
furono stralci di cieli azzurri, spalti
decorati con drappi di selvaggia bellezza,
terreni umidi, fiaccole che bruciavano
e, dietro la rete, la folla straripata.
La mia infanzia furono scarpe fradicie, pali abbattuti
caduti lì sull'erba, divorati da tiri
e carambole, dolci giornate nell'arena,
e la chioma dorata dell'olandese che usciva
dalla sua area, maestoso.

Di fronte alla città mia, il sudore ancestrale scavava
profondi solchi, pozze di mota nera,
sulle guance di chi vedeva solo in bianco e nero.
E d'estate il pulviscolo giallo
dove carrette scricchiolavano e gemevano
si sperdeva nell'aire, gravido di speranze già morte.
Verace sole del Sud :
brocchi, grandi giocate
su strade di erba verde, sponde
di punte di buona razza, cortili e pascoli
di Paradiso, su cui riverberava il miele del mezzogiorno.

Il mondo della polvere entrava gradualmente
nei nostri cuori, tra i giocatori e i bidoni,
in spogliatoi stracolmi del compendio
azzurro del cielo, di tutte le palpebre del sole.

Mi pareva di salire, nel tiepido vestito
della primavera, tra furie incantatrici,
su per i declivi, sulla curva verniciata di strappi,
che si ergeva tra i carri, indelebile,
e si attaccava al mio cuore come carne spiaccicata.

La mia infanzia esplorò le emozioni : tra
gioie, poche e dolori, e le cataste di delusioni cocenti,
fui casa senza città, sempre protetta
da timori domestici e vittorie dal profumo indicibile,
piccola fanciulla la cui anima silenziosa
era intrisa di volti di campioni e di domeniche vuote.

Da quando spalti e gloria mi si sono aperti,
nulla è cambiato da quei giorni lontani.
Solo una cosa riporta alla mente fasti antichi,
mai troppo vissuti :
quella maglia.

E il drappo azzurro che avvolge ora
indegne figure, ombre di quei campioni,
ancora accende il cuore di questa umile,
indegna figlia del cielo.

 

Donatella 
(ignobilmente adattato da Pablo Neruda, La Frontiera)