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RACCONTO DI UNA REDUCE
ARTICOLO PUBBLICATO SU “LE CITTA’ CHE VOGLIAMO”


DI Giuseppe Dimiccoli. 

Un monito: “ dalle guerre bisogna sempre stare lontani, anmare la pace il dialogo perche’ noi abbiamo la parola e dobbiamo parlare”. Maria Aloe, barlettana, ma residente a Molfetta si rivolge innanzitutto ai bambini.
All’epoca dei luttuosi eventi dell’11 e 12 settembre 1943 aveva solo nove anni. E’ sincera la sua voglia di voler trasmettere un messaggio di pace a chi ha il futuro come orizzonte.
Il papa’ di Maria era Maresciallo di Fanteria, si chiamava Luigi.
Le emozioni e gli stati d’animo sono vivissimi e commoventi e come in un caleidoscopio della memoria, la signora ha voluto iniziare la sua accorata testimonianza con un preciso messaggio ai bambini contemporanei.
“ Quella mattina di settembre ( il 12 del 1943) mi alzai regolarmente molto presto, anche se ero ancora in vacanza perché si andava a scuola il 1 ottobre.
Feci colazione in compagnia di mia madre ma ad un certo momento prima ancora di sentire la sirena dell’allarme, per noi incubo, ma allo stesso tempo un dolce suono che poteva consentire di salvarci, cominciammo a sentir un rumore di bombe, cannonate, e mitragliatrici antiaerei.
Ricordo che affaciandomi alla finestra vedevo quei palloni di seta, presenti nell’aria, che servivano per contrastare un eventuale incursione aerea.
Allora io e mamma scendemmo nel portone, e mentre ci accingevamo a raggiungere il rifugio, già vedevamo questi aerei che sorvolavano la zona sovrastante casa nostra, vicinissima alla stazione, obiettivo considerato particolarmente strategico.
Come per istinto cominciammo a pregare, mamma mi consigliò di recitare una preghiera in greco e mi assicurò che recitando quella preghiera tutto si sarebbe messo a posto.
Incontrammo mio padre che ritornava dalla caserma e ci accompagnò nel rifugio, luogo buio e stracolmo di gente che confidante nella buona sorte cercava ricovero.
Dopo che mio padre ci aveva sistemato, per il forte senso di militare d’onore, volle ritornare in caserma.
Ma mente stava uscendo fu letteralmente bloccato dai civili e da alcuni militari italiani presenti nel rifugio inquanto temevano che se fosse stato visto dalle truppe tedesche, che ormai scorrazzavamo per la nostra città seminando terrore, certamente avrebbero sospettato e ci avrebbero catturato e resi prigionieri.
Mentre mio padre parlava suonò il cessato allarme e, come per un senso di sopravvivenza, tutti vollero uscire dal rifugio.
Io che non avevo dormito bene mi ero appisolata su una panca di ferro, e mia madre con dolcezza mi venne a svegliare, immediatamente compresi che potevamo uscire da quel posto angusto, e afferrata la borsa con alcuni preziosi, ormai per ultimi c’incolonnammo dietro le altre persone che salivano le scale.
Nel mentre tutti uscivano ci fu un tumulto per strada con dei civili che correvano, rincorsi dai tedeschi che tentavano di prenderli per una rappresaglia punitiva.
Proprio per questo dietro front tutti repentinamente scesero nel rifugio, e io fui letteralmente calpestata da quella gran massa di gente, che colta dal panico rientrava.
Le conseguenze di quel “calpestio“ furono molto serie, mi procurarono la rottura della clavicola e una ferita alla testa, segni che ancora portò su di me.
Nel mentre tutti si accalcavano a guadagnare il rifugio sentì la voce di mio padre che gridò “ la mia bambina aiutatela”. 
Purtroppo un seguito a quelle grida di disperazione, i tedeschi insospettiti da tanto trambusto vennero nel rifugio.
Mio padre fu catturato come prigioniero e condotto alla stazione presso la postazione dei tedeschi.
Grazie a Dio non fu deportato verso campi di concentramento ma dopo del tempo fu liberato.
Questo è solo un episodio di quelle che sono state le crudeltà che la nostra popolazione ha subito durante l’occupazione tedesca.
Rappresaglie conclusesi con la barbara fucilazione dei poveri civili.

Di Giuseppe Dimiccoli